Intelligenza artificiale, automazione e robotica sono alcune delle questioni più pressanti sulla società contemporanea. Gli scenari futuri del lavoro, per esempio, saranno fortemente caratterizzati dalla pressione dell’automazione e non è più possibile considerare questi temi come questioni da fantascienza o da laboratori di ricerca sulla robotica. La questione centrale su cui è necessario interrogarsi è infatti il ruolo che sarà riservato all’umano in questi ambiti e come prevenire che le innovazioni che l’intelligenza artificiale incorpora esondino anche nella disruption del tessuto sociale contemporaneo e futuro.

Jerry Kaplan, fellow del Center for Legal Informatics della Stanford University, dove insegna anche presso il Dipartimento di Computer Science, è uno dei massimi esperti di intelligenza artificiale. Nel suo ultimo saggio, Le persone non servono, edito in Italia da Luiss University Press, affronta la questione da diversi punti di vista, e quello dell’automazione del lavoro in particolare.

Due sono gli ambiti di sviluppo principali dell’intelligenza artificiae, scrive Kaplan nel suo libro: quello degli intelletti sintetici, cui fanno capo machine learning, network neurali, big data, sistemi cognitivi o algoritmi genetici, e quelli che possono essere definiti come robot o operai artificialia tutti gli effetti, il risultato dell’incontro tra sensori e attuatori. Entrambi avranno un ruolo nel futuro, anche immediato, e la necessità impellente è avere strumenti per affrontare le tensioni che porteranno inevitabilmente con sé.

 

Abbiamo parlato con Kaplan dell’immediato futuro dell’intelligenza artificiale, spaziando dalle auto che si guidano da sole al lavoro che potremmo perdere perché diventati ridondanti.

L’intelligenza artificiale (Ia) spinge al limite il concetto di disruptionche di norma viene fatto riferire all’innovazione tecnologica. L’impatto potenziale dell’Ia sulla società potrebbe essere paragonabile a quello avuto da Internet nel complesso. È d’accordo, o vede delle differenze?

“Internet è un mezzo di comunicazione, come già la carta stampata o la radio. Al contrario, l’intelligenza artificiale è una tecnologia che può essere compresa al meglio se considerata come la naturale continuazione degli sforzi storici di aumentare l’automazione. Si tratta di qualcosa di molto potente e che darà spazio a diverse applicazioni, ma il suo impatto non sarà generale come quello di Internet. Al contrario, l’intelligenza artificiale cambierà i modi in cui realizzeremo certe attività che al momento richiedono gli sforzi e le attenzioni degli umani. Ci renderemo conto del suo impatto per via di diversi momenti in cui ci troveremo a dire ‘wow, non pensavo che un computer potesse essere usato per questo‘”.

L’intelligenza artificiale cambierà il lavoro dalle fondamenta, un tema cui dà ampio spazio nel suo libro. Allo stesso tempo, però, pone anche delle potenziali conseguenze devastanti per la società, insieme a potenziali benefici evidenti. La regolamentazione può essere la soluzione migliore, al fine di evitare danni potenziali al tessuto sociale?

“L’Ia espone certamente a dei pericoli e sarà fondamentale tenerli in considerazione e affrontarli. Non si sostituirà, comunque, a qualsiasi forma di lavoro umano, questo avverrà infatti solo per alcune professioni e certi tipi di compiti specifici. Penso che i benefici saranno molto importanti, ma alcune applicazioni hanno, come quelle per la guerra, davvero il potenziale di essere devastanti. Quello che servirà sarà comprendere ogni singola applicazione e decidere caso per caso se occorrono limitazioni o regolamentazioni”.

In una frase fondamentale del suo libro lei dice che “l’automazione è cieca di fronte al colore del tuo colletto“. Tra tutte le professioni e i lavori che subiranno l’impatto dell’automazione dell’Ai, quali soffriranno di più e prima?

“Come linea guida generale, le professioni che saranno colpite di più saranno quelle che hanno obiettivi ben definiti e modi limitati e specifici di raggiungerli. Questo vale in particolare per quei lavori che richiedono coordinazione tra la mano e l’occhio, come guidare, fare giardinaggio o imbiancare. In questi casi è plausibile pensare di trovarsi disoccupati nei prossimi decenni. Ma ci sono anche molti lavori che riteniamo richiedano altissimi livelli di formazione e competenze che finiranno invece nella medesima categoria.

“Per esempio, molti ricercatori che si occupano di intelligenza artificiale pensano che il lavoro dei radiologi sarà automatizzato piuttosto presto. Allo stesso tempo, scrivere contratti semplici, come affitti o vendite di proprietà, può essere fatto da computer, utilizzando le tecniche di intelligenza artificiale. Molti altri lavori che, invece, richiedono competenze come risolvere problemi o un tocco personale non saranno automatizzati. Dal mio punto di vista, ad esempio, il settore infermieristico è al sicuro, così come gli agenti immobiliari, i concierge o i performer nel complesso”.

Una grossa parte del dibattito sull’intelligenza artificiale è ora incentrato sulle automobili che si guidano da sole, in particolare per quanto riguarda le implicazioni etiche. Pensa che ci sia troppo hypeattorno a questo settore, mentre ad altri – con implicazioni forse più estese -, come le analisi big data automatizzate, sia invece data troppo poca attenzione?

“Penso ci sia invece troppo poco hype attorno alle auto che si guidano da sole. Queste vetture avranno un impatto ampissimo sulla società, paragonabile forse all’invenzione della ruota stessa. Ma ci saranno altre applicazioni dell’intelligenza artificiale altrettanto importanti, che implicheranno anche decisioni etiche, che ci faranno inevitabilmente chiedere se vogliamo davvero utilizzare le macchine per realizzare quelle funzioni. Dovremo essere ben consigliati al fine di identificare e comprendere gli effetti potenziali di questi programmi e queste macchine prima di dispiegarle. Sarà difficile rimettere il genio dentro la lampada”.

La fantascienza e serie tv come Black Mirror e Westworld stanno continuando a portare l’intelligenza artificiale nella cultura pop. Queste produzioni di norma trattano l’argomento seguendo i temi della distopia o della ribellione delle macchine contro gli umani che dovrebbero essere i loro controllori. Nel suo libro lei sostiene che l’antropomorfismo applicato all’Ia sia un problema per comprendere davvero cosa sia l’intelligenza artificiale. Siamo spaventati dalle cose sbagliate?

“Queste serie tv sono molto diverse. Molti episodi di Black Mirrorsottolineano questioni reali attinenti ai lati oscuri dell’attuale information technology, esagerandole a volte per sollevare una questione. Show come Westworld o Humans, invece, sono solo fantasia. Mostrano come potremmo essere fregati da robot antropomorfi, ma l’idea per la quale le macchine potranno svegliarsi o rivoltarsi contro i loro creatori umani è realistica quanto le serie con gli zombie o gli alieni. Non dovremo preoccuparcene nel futuro prossimo”.

Si parla molto di automazione anche nell’informazione. Come giornalista, mi devo preoccupare?

“Assolutamente no, almeno fino a quando utilizzerà il suo senso comune e il suo miglior giudizio. In futuro, però, potrebbe finire a intervistare delle macchine, invece che me”.

Leave a Reply

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Rispettiamo la tua privacy!

Su questo sito utilizziamo strumenti nostri o di terze parti che memorizzano piccoli file (cookie) sul tuo dispositivo. I cookie sono normalmente usati per permettere al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare statistiche di uso/navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare opportunamente i nostri servizi/prodotti (cookie di profilazione). Possiamo usare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti ad offrirti una esperienza migliore con noi.

Cookie policy